I volti di Cuba


La mia colonna sonora

Titolo: Dog Days Are Over

Autore: Florence + The Machine


“La vita è bella, ma bisogna saperla vivere”

 

Il sole è già alto quando ci fermiamo a parlare con Julio all’incrocio con la Calle L e la Calle 21. In sottofondo sentiamo le grida felici dei bambini dell’asilo giocare in cortile, poco più in là i ragazzi della scuola di danza ripetono pedissequamente i movimenti fatti in classe. Mi fermo per una foto ma è più forte di me, mi sembra di entrare in uno spazio che non mi appartiene. E’ così la fotografia, senza prepotenza e necessità, arriva quando lo si sente. Ho preferito guardarli da dietro la rete, allenarsi per un sogno che forse stanno cercando di realizzare. Julio mi riporta al presente, si leva gli occhiali per guardarci dritto negli occhi, i suoi sono azzurri e scavati. La pelle ripiegata su se stessa a segnare lo scorrere della vita, muove vorticosamente le mani che accennano i primi segni di artrite, e ci spiega come fosse lavorare con il Che in un tempo in cui si lottava veramente per un ideale. Si intravede un velo di malinconia nella sua voce che si affretta a nascondere con un sorriso. Uno sguardo duro quando gli chiediamo cosa ne pensa del governo. E’ la prima volta che percepisco l’ambivalenza di questo rapporto: odi et amo. I cubani credono veramente nella loro lotta, che non ha nulla a che vedere con la faccia del Che stampata sulle magliette e spesso indossata senza consapevolezza. Credono nella libertà e nell’onestà. Ci credono così tanto da essersi abituati a vivere con poco per condividere con la comunità. Il concetto di statale è difficile da inquadrare per qualsiasi persona abituata a ragionare in termini di proprietà privata, ma qui si riconosce subito. Se non fosse per un mercato mondiale pronto a mettere le mani sulla ricchezza, il modello avrebbe continuato, forse, a funzionare. Julio vorrebbe che la situazione tornasse com’era, ma come in ogni prigione d’oro, tutto ciò che è oltre il confine sta iniziando ad avere fascino e il governo non ha saputo contrastare questa spinta. Il controllo genera la necessità di libertà. “Vedremo cosa ci riserverà il futuro”.

Vicino Pinar del Rio ci fermiamo a comprare delle banane e la ragazza ci sorride quando le lasciamo qualche pesos in più. Arriviamo in una fattoria immersa nella campagna e la nostra macchina, così moderna, viene circondata dai bambini curiosi di vedere come funziona. Entro in casa in punta di piedi, sbircio in una cucina con le pentole incastrate l’una sull’altra e la brace del fornello lasciata sulla griglia. Ogni materasso posato in un angolo diventa una camera, munita di una tenda per garantire un po’ più di privacy. La novità è il bagno con lo scarico appena fuori dalla porta, che ha reso la famiglia così fiera del proprio lavoro. La bimba mi prende per mano, mi porta a vedere i maiali e ad assaggiare un frutto preso direttamente dall’albero. Ci voltiamo quando sentiamo ridere: dalla campagna è tornato il nonno con il suo cavallo dalla criniera bionda. L’uomo è ripiegato su se stesso ma ha la forza di andare a controllare i campi ogni giorno. Porta solo i pantaloni, ha la pelle bruciata dal sole e un cappello di paglia in testa.

Il cielo inizia a farsi sempre più scuro e ci siamo perse. Non è una novità: è capitato un numero imbarazzante di volte. Vogliamo arrivare a Trinidad e dalla cartina non riusciamo a capirci molto. Ci avviciniamo a lei: indossa un lungo vestito bianco e ha in testa un turbante dello stesso colore per tenere ordinati i capelli che si muovono al vento. Il tocco di colore viene da un cordoncino arcobaleno con cui tiene stretto il suo copricapo e una serie di bracciali che contrastano la sua pelle scura e lucente. Il viso si illumina non appena ci fermiamo: la cura dei cubani e la loro sconfinata fiducia nel prossimo è commovente. Dopo un attimo di esitazione ci indica la direzione e ci chiede un passaggio: casa sua dista pochi metri ma la tempesta non tarderà ad arrivare. Suo figlio Carlos parla molte lingue e l’italiano è una delle sue preferite. Tutto ciò che sa lo ha imparato sui libri. Meno hai materialmente, più desideri spiritualmente, senza arroganza e sete di possesso. Una lezione che ci promettiamo di tenere stretta nel futuro, quando la nostra vita si riabituerà alla quotidianità del possesso.

All’angolo della strada di quella che sembra un’università c’è una ragazza che aspetta l’autobus. Ha l’apparecchio, è molto magra e ci sorride. Scopriamo che ha 17 anni e sta tornando a casa. Ogni martedì si fa due ore di autobus per andare a studiare. Le lezioni durano fino al tardo pomeriggio, quando gli autobus smettono di circolare, costringendola a sperare in un passaggio sul ciglio della strada.
“E se non passa nessuno?” “Aspetto”.
“E ti fidi a rimanere da sola?” “Sì, qui nessuno ha la macchina e ci aiutiamo. Prendere passaggi da sconosciuti è normale. Ci fidiamo”.
Vuole diventare una guida turistica, uno dei pochi lavori in cui si guadagna bene. Deve imparare tutto su Cuba e studiare alla perfezione quattro lingue, in quattro anni. Il resto della settimana vende la frutta con la mamma. La borsa è piena di libri e quaderni, ordinati e uguali, che ci mostra con orgoglio. Sono forniti dal governo e manca solo quello di matematica, che non è ancora arrivato. Carta riciclata, o semplicemente ingiallita. Li odoro. Sanno di vecchio e non hanno niente a che vedere con quelli patinati di carta lucida dei nostri ragazzi. A Cuba l’istruzione è un tema delicato ed importante, i libri costano veramente poco e molto spesso sono passati dallo Stato. La lasciamo andare quando ci indica una discesa a lato della strada e alcune piccole baracche in lontananza. Prima di andare via ci raccomanda di fare un bagno al fiume e poi corre verso la mamma.

A Trinidad conosciamo Dunio: alto, la pelle dorata, i capelli ricci castani tenuti da una fascia, i pantaloni corti e una polo azzurra. Ha uno di quei banchi in cui si vendono bracciali, collane, targhe, porta sigari e tantissime altre cianfrusaglie che mi riprometto puntualmente di non comprare e che inevitabilmente mi fermo a guardare.
“Ce li stai vendendo a di più vero?”, sorride quando gli facciamo questa domanda.
“Agli italiani e agli spagnoli tre bracciali a 2 CUC, ai tedeschi e agli inglesi 5 CUC. Per fare questo lavoro, devi capire come gira l’economia”. Un’osservazione da manuale che attira subito le nostre simpatie.
Lo incontriamo di nuovo la sera alla Casa della Musica. Ci guardiamo, ci riconosce e ci invita a ballare. A Cuba la salsa è una cosa seria. Diventa il nostro maestro. Tutto gli risulta spontaneo, a me un po’ meno. Ci impegniamo per dieci minuti e poi torniamo a fare passi a caso, almeno per quanto mi riguarda. Ci insegna a ballare senza sosta, ad improvvisare una coreografia senza vergogna, a sentirsi stanchi e felici. Alla fine ci abbracciamo con l’affetto di chi ha la consapevolezza di essere ad un incrocio che ha casualmente legato i nostri percorsi.

Il nostro viaggio riprende, la strada è ancora lunga. Apro la mia agenda e mi appunto ogni sorriso dei volti di Cuba.


5 pensieri su “I volti di Cuba

  1. Molto bello!

  2. Un blog decisamente diverso dagli altri. Si respira calma e profondità. Sei la perfetta lettura con un bel tè e biscotti delle 5 :-) Complimenti

  3. Ma che poesia!
    Raramente mi capita di leggere dei post scritti così, in grado di farti viaggiare con la mente e di farti provare (o almeno quella è la sensazione) le emozioni del momento. Complimenti davvero!
    Erica

Commenti

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Non Avere Paura, Segui il tuo Cuore, Respira con la Pancia

Disegno continuamente sogni nella mia testa, la mia curiosità mi porta ad un costante movimento, che sfocia nelle più disparate attività. Sorrido molto, mi commuovo facilmente, dico che non parlo tanto, ma a sentire cosa dicono gli altri di me, non è vero. Leggo molto e cose pesanti a volte, ma ho anche I love Shopping nella mia libreria. Sono disordinata a tratti, faccio finta di essere organizzata. Sono ottimista con gli altri e pessimista con me. Ascolto molto. Ringrazio ogni giorno la fortuna di avere persone splendide che mi hanno cresciuta ed altre che mi stanno accanto. Mi alterno tra ragione e sentimento, con una spiccata empatia per la dualità dell'Essere. Mi dedico, con risultati da definire, al flusso del benessere. Ricerco nel viaggio il contatto con il Mondo, e con la mia vita. Mi ci immergo completamente, scoprendo aspetti e dettagli di emozioni da conservare e da ricordare per non smettere di imparare.

Le converse sono le mie compagne di viaggio, delicate e forti, mi hanno accompagnato ovunque. Questo il motivo della loro presenza continua.

Scrivere è una forma sofisticata di silenzio, per me necessaria.